
Retribuzioni inadeguate, sfiducia e poche prospettive spingono i laureati oltreconfine: TEHA indica cinque interventi per invertire la rotta
A Cernobbio è stato presentato un conto che trasforma una dinamica demografica in una questione industriale.
Nel 2024 oltre 141 mila cittadini italiani hanno trasferito la propria residenza all’estero.
Tra loro ci sono circa 45 mila laureati, il 32% del totale: praticamente uno ogni tre partenze.
È uno dei dati centrali dello studio “Comprendere e contrastare il fenomeno della perdita dei talenti: la Roadmap per l’Italia”, realizzato da TEHA Group in collaborazione con Philip Morris Italia e presentato durante la 52ª edizione del Forum di Cernobbio.
Advisor scientifica della ricerca è Giovanna Iannantuoni, docente di Economia politica, già rettrice dell’Università Milano-Bicocca ed ex presidente della Conferenza dei rettori delle università italiane.
Un dato va chiarito immediatamente.
Lo studio parla di 45 mila laureati, corrispondenti al 32% dei 141 mila cittadini partiti.
Il 45% nasce con ogni probabilità dalla trasformazione, decisamente disinvolta, di un valore assoluto in una percentuale.
Oltre 300 mila cittadini qualificati perduti in dieci anni
Secondo la ricerca, negli ultimi dieci anni l’Italia avrebbe perso oltre 300 mila cittadini qualificati.
Non è soltanto una questione demografica.
Quando un laureato lascia il Paese porta con sé un investimento sostenuto dalle famiglie, dalle università e dallo Stato.
L’Italia paga la sua formazione, mentre un altro sistema economico ne raccoglie produttività, competenze, capacità innovativa e gettito fiscale.
TEHA stima in 7,2 miliardi di euro l’anno il valore della spesa pubblica impiegata per formare capitale umano che non contribuisce più alla crescita nazionale.
Considerando anche il valore aggiunto potenziale non generato, il costo complessivo salirebbe a una cifra compresa tra 10,7 e 11,4 miliardi di euro ogni anno.
È un cortocircuito piuttosto semplice da comprendere.
L’Italia investe per formare medici, ingegneri, ricercatori, informatici e professionisti qualificati.
Poi offre loro stipendi poco competitivi, carriere lente, servizi inadeguati e un ambiente spesso ostile all’innovazione.
Infine osserva con stupore mentre scelgono di lavorare altrove.
Stipendi bassi e sfiducia: perché si sceglie di partire
La ricerca ha coinvolto i vertici delle aziende appartenenti alla business community di TEHA per individuare le cause principali della perdita di capitale umano.
Per l’82,1% delle imprese, il primo fattore è rappresentato dalle retribuzioni troppo basse rispetto al costo della vita.
Segue la ridotta fiducia nel futuro del Paese e nelle istituzioni, indicata dal 46,4% degli intervistati.
Al terzo posto figurano le scarse opportunità professionali, segnalate dal 35,7%.
Il 93,9% delle aziende considera la perdita dei talenti un problema grave o molto grave per l’Italia.
Circa un’impresa su due sostiene che le conseguenze sul proprio business siano già rilevanti.
Il 75% delle aziende intervistate dichiara di avere adottato strategie strutturate per attrarre e trattenere i lavoratori qualificati, investendo soprattutto in formazione continua, flessibilità e percorsi di carriera.
Il dato, però, contiene anche una contraddizione.
Le imprese indicano negli stipendi la causa principale delle partenze, ma la risposta dichiarata sembra concentrarsi prevalentemente su formazione e organizzazione del lavoro.
Strumenti importanti, certamente.
Ma nessun corso aziendale e nessuna giornata di smart working possono colmare stabilmente una differenza retributiva tale da rendere più conveniente trasferirsi in un altro Paese.
Lo scenario al 2035: fino a 760 mila laureati in meno
Le proiezioni dello studio descrivono uno scenario ancora più pesante.
Senza interventi strutturali, tra il 2025 e il 2035 l’Italia potrebbe perdere complessivamente circa 760 mila laureati.
Questa emorragia comporterebbe:
- oltre 120 miliardi di euro di investimento formativo non recuperato;
- fino a 307 miliardi di Pil potenziale perduto nell’intero periodo;
- un ulteriore indebolimento della capacità italiana di produrre innovazione, ricerca e nuova imprenditorialità.
Non si tratta di 307 miliardi già contabilizzati.
È una simulazione economica dello scenario inerziale, costruita misurando il valore che quel capitale umano avrebbe potuto generare restando o rientrando nel sistema produttivo italiano.
La Roadmap TEHA: dal Talent Visa alle startup deep tech
Per contrastare il fenomeno, lo studio propone una strategia nazionale articolata lungo cinque direttrici.
La prima prevede incentivi alle imprese che investono in retribuzioni più competitive e occupazione stabile.
La seconda punta all’introduzione di un Italy Talent Visa, accompagnato da procedure semplificate per consentire l’ingresso in Italia di professionisti altamente qualificati.
La terza riguarda il rafforzamento del collegamento tra università, ricerca e imprese, attraverso formazione specialistica e programmi di trasferimento tecnologico.
La quarta propone misure territoriali a sostegno della mobilità, dell’abitazione e delle famiglie, perché l’attrattività di un Paese non dipende soltanto dallo stipendio, ma anche dalla qualità dei servizi.
La quinta direttrice mira a costruire un ecosistema più competitivo per startup, innovazione e deep tech, attraverso incentivi agli investimenti e un fondo dedicato alle tecnologie avanzate.
Nello scenario più ambizioso, l’attuazione della Roadmap permetterebbe di recuperare entro il 2035 fino a 119 mila laureati, generando 11,1 miliardi di euro di Pil aggiuntivo ogni anno.
Nel 2025 diminuiscono le partenze, ma l’inversione di tendenza è ancora da dimostrare
Gli ultimi dati provvisori dell’Istat registrano nel 2025 una riduzione degli espatri.
I cittadini italiani che hanno trasferito la residenza all’estero sono passati dai 141 mila del 2024 ai 109 mila del 2025, con una diminuzione del 22,7%.
La prudenza, tuttavia, è obbligatoria.
L’Istat avverte che il picco del 2024 è stato influenzato dall’introduzione di sanzioni amministrative per gli italiani residenti all’estero da oltre dodici mesi che non avevano provveduto all’iscrizione all’AIRE.
Una parte della successiva flessione potrebbe quindi dipendere da un effetto statistico e amministrativo.
Inoltre, i numeri relativi al 2025 sono ancora provvisori.
Definire il dato come una stabile inversione di tendenza appare quindi prematuro.
Stime importanti, ma serve conoscere la metodologia completa
La ricerca offre una rappresentazione economicamente efficace del fenomeno, ma il materiale pubblico disponibile non permette ancora di ricostruire integralmente il modello utilizzato.
Non sono indicati nel dettaglio la composizione e la numerosità del campione aziendale coinvolto nella survey.
Non risultano inoltre pubblicate tutte le ipotesi impiegate per calcolare i 307 miliardi di Pil potenziale e gli effetti economici delle singole misure proposte.
Sono precisazioni che non cancellano il problema.
Servono, però, a distinguere i dati demografici osservati dalle simulazioni elaborate da TEHA.
La sostanza rimane impressionante.
L’Italia non perde soltanto cittadini.
Perde competenze, ricerca, produttività, imprese potenziali e capacità di competere nei settori tecnologicamente più avanzati.
Giovanna Iannantuoni ha sintetizzato la questione con un’espressione particolarmente efficace: il Paese deve offrire un adeguato “rendimento del restare”.
Perché impedire ai giovani di partire sarebbe sbagliato e impossibile.
La vera sfida è costruire un’Italia nella quale rimanere non venga percepito come una rinuncia e tornare non assomigli a un atto di fede.










