
Lo smart working in sicilia e in generale nel Mezzogiorno, è poco e a volte contrastato dalle aziende, anche quelle pubbliche.
I sindacati lo hanno spesso presentato come un antidoto o almeno un palliativo alle grandi crisi economiche che stiamo attraversando considerando che si spenderebbe meno per la benzina o in generale per i trasporti, e poi ci sono anche i risparmi in bolletta e degli strumenti per i datori di lavoro.
Certo, a pagare questi ultimi sarebbe i dipendenti ma in generale hanno già una connessione internet a casa che comunque pagano e lavorando da casa riuscirebbe a conciliare diversamente gli impegni con la famiglia. Al netto di uno spazio per potersi concentrare che non tutti hanno in casa.
Insomma ci sono pro e contro e non tutti hanno una postazione per lo smart working, ma in generale è uno strumento auspicato da molti.
Pure la Regione siciliana ha deciso delle misure per incentivarlo ma i numeri delle statistiche dicono che siamo ancora molto lontani dall’auspicabile.
Lo smart working da solo non basta
Come riportato da Eurispes nel Rapporto Italia 2026, i dati del Censimento permanente della popolazione condotto dell’Istat nel 2023 offrono la fotografia territoriale più dettagliata disponibile sulla diffusione dello smart working in Italia.
La Sicilia rimane al 9,5%, quint’ultima in Italia e al di sotto della media nazionale del 13,8%.
Il divario si accentua ulteriormente nella dimensione urbana.
Tra i comuni meridionali con più di 150mila abitanti, Napoli raggiunge il 14,7% e Palermo il 14,4%, mentre Messina si ferma al 9,4%.
Molta differenza la fanno i settori di riferimento
Lo smart working è concentrato nei servizi dell’informazione e comunicazione (60,2%), nelle attività finanziarie e assicurative (43,7%), nelle attività professionali, scientifiche e tecniche (36,9%) e nella Pubblica amministrazione centrale (28,1%).
Comparti che nel Mezzogiorno hanno un peso strutturalmente inferiore rispetto al Centro-Nord.
Al contrario, i settori con le incidenze più basse (manifattura, agricoltura, ristorazione, sanità e assistenza) sono quelli in cui il tessuto produttivo meridionale è proporzionalmente più rappresentato.
La Regione siciliana ci ha provato ad attirare nuovi lavoratori a distanza
Proprio all’inizio di settembre 2026 il presidente Renato Schifani ribadiva un finanziamento specifico di 54 milioni.
Non una sua invenzione ma si è inserita nel solco tracciato dall’associazione nata nel 2020 South Working - Lavorare dal Sud.
La tesi di base era che lo smart working, se accompagnato da infrastrutture leggere di prossimità e da un riconoscimento normativo adeguato, potesse tradursi in mobilità residenziale stabile e in sviluppo locale diffuso.
A distanza di cinque anni, i dati strutturali smentiscono quella prospettiva.
A mancare sono proprio le prerogative di base
Secondo il Rapporto Svimez “Un Paese, due emigrazioni. Freedom to move, right to stay”, nel periodo 2002-2024 sono più numerosi i giovani laureati che hanno lasciato il Sud che quelli che sono tornati.
La quota di laureati tra i migranti meridionali diretti al Centro-Nord è passata dal 20% del 2002 a quasi il 60% del 2024.
In termini economici Svimez stima che la perdita annua di capitale umano qualificato dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord equivalga a circa 6,8 miliardi di euro l’anno nel triennio 2022-2024.
Un calcolo che si basa sulla dispersione dell’investimento pubblico in istruzione sostenuto
nelle regioni di origine.










