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Comuni siciliani, digitale incompiuto e poche competenze

17-09-2026 06:00

Desirée Miranda

AI e tecnologie immersive, Flusso,

Comuni siciliani, digitale incompiuto e poche competenze

Alvano, Anci: "Il PNRR ha accelerato alcuni servizi, ma ora servono competenze, organizzazione e soluzioni condivise"

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La digitalizzazione dei Comuni siciliani ha ricevuto una spinta dal PNRR, ma il percorso è ancora incompleto. 

Il nodo non riguarda solo gli strumenti, ma competenze, organizzazione e sostenibilità dei servizi. 

Nei piccoli Comuni la carenza di personale rende il problema ancora più evidente. Ne parliamo con Mario Alvano, segretario generale di Anci Sicilia.

 

Parlando di digitalizzazione nei Comuni siciliani, con il PNRR sono arrivati dei finanziamenti, sono stati spesi, ma come sottolineano diversi report, non ultimo quello di Eurispes con il Rapporto Italia 2026, sono tutti concentrati sul front office. Da una parte quindi, i cittadini hanno trovato un beneficio in termini di servizi nella digitalizzazione, ma in realtà c’è ancora molta strada da fare. Mi conferma questo dato?

 

Sì. Le risorse sono state tante e significative e hanno dato un’accelerata in alcuni ambiti. È corretto dire che hanno semplificato la vita al cittadino e alle imprese nel dialogo con la Pubblica amministrazione.

Certamente, però, gli interventi del PNRR in materia di digitalizzazione hanno avuto le stesse caratteristiche di altri interventi del Piano: non sono stati il frutto di una pianificazione approfondita negli anni e quindi non sono stati pienamente rispondenti a una fotografia dei bisogni degli enti locali.

Si è risposto ad alcune esigenze, ma certamente non è stato affrontato fino in fondo il tema della digitalizzazione, che riguarda sia la semplificazione e il miglioramento dei parametri di efficacia ed efficienza nei confronti di cittadini e imprese, sia il miglioramento dei processi interni, che sono però anche quelli più complicati da mettere in atto.

 

L’innovazione che dovrebbe essere attuata è un’innovazione di processo, quindi organizzativa, che può anche beneficiare di alcuni elementi del digitale. Questo è un terreno sul quale ancora c’è tanto da fare, perché non riguarda soltanto questi due ambiti, ma anche il confronto con le persone e la loro capacità di recepire queste innovazioni.

 

Se abbiamo un personale che per lo più è sessantenne, certamente anche il tema demografico rappresenta un gap per i processi di digitalizzazione, così come l’alfabetizzazione informatica. C’è un tema ancora più profondo e significativo: la comprensione e l’acquisizione di alcuni applicativi, programmi e strumenti di base. Oggi questo riguarda anche l’intelligenza artificiale.

Il tema, quindi, c’è. Bisogna investire: quello che è stato fatto fino ad ora non è stato sufficiente.

 

Certo, ma mi vengono in mente alcuni ambiti, come l’urbanistica, che in teoria sono quei settori che dovrebbero portare qualcosa in più ai Comuni anche in termini economici, se tutto fosse messo a regime, sia a livello di software sia di personale in grado di saper gestire questi programmi. Le pratiche urbanistiche sono forse quelle più onerose per chi ne fa richiesta e quindi il Comune potrebbe avere dei grossi introiti. Mi viene in mente anche la lotta all’evasione fiscale e il recupero della Tari, che tante volte viene raccontato come un fenomeno che riguarda anche il 50 per cento della cittadinanza. Forse tutto questo potrebbe essere una spinta in più per introitare e quindi riuscire a mettere davvero a regime le cose?

 

Sì, guardi, gli esempi che ha fatto sono sicuramente due esempi calzanti, con una differenza. Se guardiamo all’aspetto dell’urbanistica, lì forse c’è ancora più da fare rispetto a quello che invece, in parte, si è fatto in materia di tributi locali.

Il tema dei tributi locali è stato e viene affidato in molte realtà all’esterno, a soggetti privati che utilizzano gli strumenti del digitale, le banche dati, l’incrocio dei dati e tutta una serie di strumenti di localizzazione e quant’altro. Sono strumenti che nascono e si sono sviluppati grazie al digitale.

 

Sull’urbanistica, invece, siamo molto più indietro. A me non risulta che ci siano tutti questi affidamenti all’esterno a società capaci di gestire un arretrato significativo e anche di digitalizzare questo ambito.

Peraltro, le due cose si sposano. L’anagrafe è già in una fase avanzata sul piano digitale ed è decentralizzata. Viene gestita l’anagrafe ormai unica e lì si possono fare ricerche utilizzando i vantaggi della digitalizzazione, in maniera semplice, veloce e anche aggiornata.

 

Come l’anagrafe è un fattore fondamentale rispetto alla riscossione dei tributi, lo è anche l’urbanistica. I tributi più importanti, soprattutto IMU e quelli sulle seconde case, ma anche la Tari, sono tutti basati sugli immobili: sulla consistenza, sulle caratteristiche, sulle dimensioni. Quindi non parliamo solo di urbanistica, ma anche del rapporto con la banca dati catastale.

 

Tutto ciò è un elemento essenziale per poter fare una lotta efficace all’evasione dei tributi locali. Non solo: significa anche controllo del territorio sotto diversi punti di vista, anche rispetto alle azioni di prevenzione.

Avere una mappatura digitale del proprio territorio sotto il profilo urbanistico crea vantaggi su diversi aspetti, che si incrociano tra loro. Su questo c’è veramente ancora tanto da fare.

 

C’è poi un altro aspetto. A prescindere dal fatto che si affidi all’esterno, questo è un processo che nei piccoli Comuni, in particolare, sta avvenendo in maniera sempre più massiva perché mancano professionalità, competenze e personale. Quindi non è una scelta, ma in alcuni casi una necessità.

Ma anche se questa scelta viene fatta, come in parte avviene nei Comuni medio-grandi, questo non può esimere la Pubblica amministrazione dall’avere un controllo su chi gestisce i servizi.

In ogni caso ci vuole un ufficio interno capace di gestire anche gli affidamenti fatti al privato. 

Il rischio, altrimenti, è che si affidi il servizio al privato, che ha gli strumenti e le competenze perché lo fa per business, ma poi il pubblico faccia fatica a controllarlo. È un rischio che c’è e che si deve in tutti i modi evitare.

 

Viste le difficoltà economiche degli enti comunali in generale in Sicilia, forse in modo particolare nei piccoli centri, come si risolve la questione? Questi fondi da dove dovrebbero arrivare e per la formazione del personale chi potrebbe occuparsene?

 

Un contributo lo abbiamo dato e lo possiamo dare come Anci se si cambia filosofia. La filosofia che non funziona, soprattutto da noi, è quella di pensare che ci siano oggi le condizioni, in ogni singolo ente, di avere le professionalità e la capacità di gestire azioni complesse. Non è più possibile.

Dobbiamo favorire, con politiche attive, non solo a parole ma con incentivi, agevolazioni di varia natura e, in alcuni casi, anche con moderati obblighi, azioni che non siano realizzate dal singolo ente, ma vedano un’associazione di enti, consorzi, convenzioni.

 

Ci sono dei modelli ai quali noi come Anci ci ispiriamo. Penso a quello che avviene nei Comuni del Trentino. L’Anci trentino è un consorzio di Comuni che svolge delle azioni operative.

Noi ci stiamo lavorando e nei prossimi mesi avvieremo un’iniziativa pilota in questa direzione. Non va ovviamente a risolvere tutte le questioni, ma può essere un primo passo.

Si può fare un’operazione individuando professionalità, anche con costi che in alcuni casi vengono sostenuti dallo Stato o dalle Regioni, per una serie di enti.

 

In questo modo unisco strumenti e professionalità, ma lo faccio con un investimento che non riguarda solo il piccolo o il singolo ente, bensì un insieme di realtà che poi avranno le loro diversità, ma alla fine si confrontano con lo stesso sistema normativo e con problematiche simili.

 

Forse, se guardiamo a un livello territoriale più ampio, immaginando formule per cui ci siano centri di competenza gestiti direttamente dai Comuni tramite convenzioni previste dal Testo unico, oppure gestiti da realtà di carattere provinciale o sovraprovinciale, la cosa si affronta meglio.

Noi come Anci potremmo dare una mano alla formazione degli enti cercando di realizzare azioni formative in maniera aggregata, quindi con efficienza, risparmio di costi e probabilmente anche con una selezione del personale di qualità, individuando docenti e relatori capaci di offrire strumenti e di fare un piccolo salto di qualità.

 

L’idea che tutti debbano fare tutto, con una normativa così complessa e con un’evoluzione così rapida anche sul fronte del digitale e dell’intelligenza artificiale, secondo me oggi non è più sostenibile.

Direttore editoriale

Pierluigi Di Rosa

Direttore Responsabile

Elisa Petrillo

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Registrazione Tribunale di Catania n. 18/2010 – PIVA 05704050870 - ROC 180/2021 Edito da: Sudpress S.r.l. zona industriale, c.da Giancata s.n. – 95121 Catania

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