
Plastica e oli esausti accendono una domanda: chi controlla autorizzazioni, scorte, impianti, vie di fuga e tutela sanitaria sul territorio?
Il cielo del Catanese si è annerito due volte nell’arco di un fine settimana.
Prima il vasto incendio del 28 agosto nella Zona industriale di Catania.
Poi, il pomeriggio del 30 agosto, le fiamme nel deposito di Piano San Giovanni, ad Aci Sant’Antonio.
Due episodi distinti, le cui cause sono ancora da accertare.
Sarebbe dunque scorretto attribuire responsabilità prima delle verifiche.
Sarebbe però ancora più irresponsabile archiviarli come semplici fatalità, aspettando il prossimo pennacchio nero per riscoprire che un incendio in un insediamento produttivo non minaccia soltanto l’azienda colpita.
Mette a rischio i lavoratori, le attività confinanti, le abitazioni, le infrastrutture, l’ambiente e l’intera economia del territorio.
Catania, plastica e scarti in fiamme nella Terza Strada
Il primo incendio si è sviluppato nel pomeriggio del 28 agosto presso l’impianto della Sogeri Srl, nella Terza Strada della Zona industriale di Catania.
Le fiamme hanno interessato rifiuti e materiali di scarto collocati nell’area esterna dello stabilimento.
La dimensione dell’emergenza è raccontata dai numeri: otto squadre dei Vigili del fuoco, numerose autobotti, personale della Forestale, della Protezione civile, della Polizia e del 118.
La colonna di fumo nero, spinta dal vento verso la tangenziale, è rimasta visibile per ore anche dalla città.
Per precauzione sono stati allontanati i degenti di una clinica privata vicina e mandati a casa alcuni dipendenti presenti negli uffici di un modulo dello stabilimento STMicroelectronics.
Ecco dimostrato, con la brutalità dei fatti, che il perimetro di un incendio industriale non coincide con il cancello dell’azienda che brucia.
Il rischio si propaga insieme al fumo e può investire, nel giro di pochi minuti, altri luoghi di lavoro, strutture sanitarie, arterie stradali e quartieri abitati.
I controlli ambientali sono iniziati: adesso servono i risultati
L’ARPA Sicilia ha comunicato di avere ricevuto la richiesta d’intervento dai Vigili del fuoco intorno alle 21.30 del 28 agosto.
A causa delle fiamme ancora alte e delle temperature elevate, i campionamenti sono stati rinviati alla mattina successiva.
Il 29 agosto sono stati effettuati prelievi dell’aria nella stradella di accesso all’impianto e sul terrazzo della società Progitec.
Sono stati inoltre collocati campionatori ad alto volume presso Progitec e sul tetto dello stabilimento IKEA, per ricercare composti organici volatili, diossine, furani, idrocarburi policiclici aromatici e PCB.
Le analisi risultano in corso e l’Agenzia ha annunciato che gli esiti saranno resi pubblici.
Bene l’intervento.
Adesso, però, occorrono tempi certi, dati completi e indicazioni comprensibili per lavoratori e cittadini.
Pubblicare i risultati quando l’allarme sociale è già evaporato sarebbe il solito esercizio burocratico utile soltanto a dimostrare che una pratica è stata chiusa.
Aci Sant’Antonio, un secondo rogo tra capannoni e attività commerciali
Nemmeno il tempo di completare lo spegnimento nella Zona industriale di Catania e, il 30 agosto, un altro vasto incendio è divampato a Piano San Giovanni, nel territorio di Aci Sant’Antonio, al confine con Acireale e Aci Catena.
Le prime cronache hanno indicato il sito come un deposito di oli esausti.
Secondo le informazioni diffuse durante l’emergenza, le fiamme hanno coinvolto diversi edifici e il forte vento ha complicato le operazioni, facendo temere la propagazione verso le numerose attività artigianali e commerciali presenti nell’area.
Sono state impegnate cinque squadre dei Vigili del fuoco provenienti dai distaccamenti di Acireale, Catania Nord, Caltagirone e Vizzini, sostenute da autobotti e da una scala aerea.
La strada provinciale tra Acireale e i centri pedemontani è stata chiusa.
Il deposito si trova inoltre non lontano dallo svincolo autostradale di Acireale e dall’ospedale Santa Marta e Santa Venera.
Anche in questo caso le cause risultano ancora da accertare.
Ed è necessario verificare rapidamente pure l’eventuale impatto della combustione sulla qualità dell’aria, sui terreni e sulle acque utilizzate durante lo spegnimento.
Il coraggio dei pompieri non può diventare il piano industriale della sicurezza
I Vigili del fuoco hanno impedito che entrambi gli incendi assumessero conseguenze ancora più devastanti.
Ma continuare ad affidare esclusivamente alla preparazione e al coraggio dei soccorritori la protezione delle aree produttive sarebbe indecente.
La sicurezza comincia molto prima delle sirene.
Comincia dalle autorizzazioni, dalla corretta conservazione dei materiali, dalla separazione dei cumuli, dall’efficienza degli impianti antincendio, dalla disponibilità idrica, dalle distanze tra i fabbricati e dall’accessibilità garantita ai mezzi di soccorso.
Comincia dai controlli periodici e documentati.
Il Dpr 151 del 2011 individua, sulla base della tipologia e delle soglie previste, le attività sottoposte ai procedimenti e ai controlli di prevenzione incendi dei Vigili del fuoco.
Il punto, quindi, non è sostenere oggi che qualcuno abbia violato le norme.
Il punto è chiedere alle autorità di dimostrare, carte alla mano, se, quando e come quelle norme siano state verificate.
Le domande alle quali gli enti competenti devono rispondere
Per entrambi gli impianti coinvolti occorre accertare:
- quali materiali fossero effettivamente presenti e in quali quantità;
- se le modalità di deposito e separazione rispettassero autorizzazioni e prescrizioni;
- se la documentazione di prevenzione incendi fosse vigente e coerente con l’attività realmente svolta;
- quando siano stati effettuati gli ultimi sopralluoghi e con quali risultati;
- se idranti, riserve d’acqua, allarmi, compartimentazioni e vie di accesso fossero adeguati;
- se esistessero piani di emergenza capaci di proteggere anche aziende, strutture sanitarie e abitazioni vicine;
- se lavoratori, soccorritori e residenti possano essere stati esposti a sostanze nocive;
- se la disciplina sugli incidenti rilevanti trovi applicazione e, in caso affermativo, se i relativi piani siano aggiornati e conosciuti dalla popolazione.
Non sono domande accusatorie.
Sono le verifiche minime che una comunità ha diritto di pretendere quando vede due colonne di fumo nero alzarsi in due giorni da aree ad alta concentrazione produttiva.
La richiesta della CGIL e il silenzio che non è più consentito
Il segretario generale della CGIL di Catania, Carmelo De Caudo, ha chiesto controlli immediati sulla qualità dell’aria, la pubblicazione tempestiva dei risultati e un tavolo istituzionale permanente sulla sicurezza della Zona industriale.
Il sindacato sollecita verifiche sulle cause, sulla prevenzione degli incendi, sulla gestione dei materiali di scarto e sulle possibili esposizioni dei lavoratori e del personale intervenuto.
Chiede inoltre infrastrutture efficienti, sistemi antincendio adeguati, disponibilità idrica e un coordinamento stabile tra aziende, istituzioni e organismi di vigilanza.
Richieste difficilmente contestabili.
Anzi, persino ovvie.
Ed è proprio questo il problema: in Sicilia persino l’ovvio diventa urgente soltanto dopo l’incendio.
Serve una mappa pubblica dei rischi industriali
La Prefettura, la Regione Siciliana, i Comuni interessati, la Città metropolitana, l’IRSAP dove competente, i Vigili del fuoco, l’ASP, lo Spresal, l’ARPA e le autorità titolari delle autorizzazioni ambientali dovrebbero avviare un controllo straordinario coordinato.
Non una passerella con fotografie, dichiarazioni e il tradizionale “tavolo” destinato a diventare arredamento istituzionale.
Serve una mappa aggiornata degli stabilimenti che trattano o conservano plastiche, oli, solventi, pneumatici, batterie, rifiuti e altre sostanze combustibili o potenzialmente pericolose.
Occorre verificare la vicinanza a case, ospedali, scuole, strade strategiche e altre aziende.
Devono essere controllate le reti idriche antincendio, le vie di fuga, gli accessi per i soccorsi e la capacità di contenere un incendio evitando l’effetto domino sugli impianti confinanti.
E bisogna rendere pubblici almeno gli esiti generali delle verifiche, senza nascondere dietro formule sulla riservatezza ciò che riguarda direttamente la sicurezza collettiva.
Quando brucia un’azienda, non si perdono soltanto muri
Un incendio può distruggere macchinari, commesse, posti di lavoro e anni di investimenti.
Può interrompere la produzione delle aziende vicine, compromettere intere filiere e trasformare un’emergenza ambientale in una crisi economica e occupazionale.
Per questo la sicurezza dei singoli stabilimenti è parte integrante della sicurezza dell’intero sistema produttivo.
Aspettare il prossimo incendio per domandarsi se gli idranti funzionano, se l’acqua è sufficiente o se i materiali erano conservati correttamente non sarebbe imprevidenza.
Sarebbe una scelta.
Sudpress chiede che i risultati delle analisi ambientali e dei controlli amministrativi vengano pubblicati integralmente e che sia indicato, per ciascun ente, chi doveva vigilare, quando lo ha fatto e con quale esito.
Perché le fiamme possono essere imprevedibili.
L’assenza di prevenzione, invece, è sempre una responsabilità.










