
L'Intelligenza artificiale non sta riducendo il lavoro.
Sta cambiando, invece, il valore delle competenze.
Nel 2026 chi possiede competenze in IA percepisce un premio salariale del 62%, in crescita rispetto al 57% dell'anno precedente, mentre le offerte di lavoro che richiedono queste professionalità aumentano a un ritmo otto volte superiore rispetto al resto del mercato.
È il quadro che emerge da un'analisi del Centro studi di Unimpresa, che mette a confronto le principali ricerche internazionali dedicate al rapporto tra Intelligenza artificiale, occupazione e formazione.
La trasformazione interessa soprattutto le professioni ad alta intensità di conoscenza
Secondo il Fondo monetario internazionale, circa il 60% dei posti di lavoro nelle economie avanzate sarà interessato dall'IA, con effetti destinati a coinvolgere in particolare le attività impiegatizie.
A cambiare è soprattutto il mercato del lavoro giovanile
L'analisi evidenzia una riduzione relativa del 16% delle retribuzioni dei lavoratori tra i 22 e i 25 anni nelle professioni maggiormente esposte all'Intelligenza artificiale.
Nei comparti dello sviluppo software e del customer service, dalla fine del 2022, l'occupazione dei profili junior è diminuita del 20%, mentre è cresciuta quella dei lavoratori con maggiore esperienza.
Lo studio mette inoltre in evidenza come i ruoli entry level più esposti all'automazione abbiano oggi una probabilità sette volte superiore di richiedere competenze tipiche dei profili senior, come leadership, autonomia decisionale e capacità di gestire situazioni complesse.
Un segnale di come l'Intelligenza artificiale sostituisca più facilmente le attività standardizzate, aumentando invece il valore dell'esperienza, del pensiero critico e della capacità di giudizio.
La tendenza trova conferma anche negli Stati Uniti, dove alla fine del 2025 oltre un terzo dei lavoratori utilizzava già strumenti di IA generativa, con effetti lievemente positivi sulle retribuzioni e senza una riduzione dell'occupazione nelle professioni maggiormente esposte.
In Italia cresce anche l'uso dell'Intelligenza artificiale nelle imprese
La quota di aziende con almeno dieci addetti che utilizzano queste tecnologie è passata dal 5% del 2023 al 16,4%, ma resta ampio il divario tra grandi imprese e Pmi: l'adozione raggiunge il 53,1% nelle prime e si ferma al 14,2% nelle seconde.
Tra le piccole e medie imprese che hanno valutato l'introduzione dell'IA senza adottarla, il 58,1% individua nella mancanza di competenze interne il principale ostacolo, più ancora dei costi della tecnologia.
Uno scenario che si intreccia con le recenti politiche nazionali sulla formazione
Il decreto che introduce in modo strutturale le competenze sull'Intelligenza artificiale nella scuola e nei percorsi di formazione degli adulti punta infatti a rafforzare proprio quelle competenze che, secondo l'analisi di Unimpresa, rappresentano oggi il principale fattore competitivo per lavoratori e imprese e, al tempo stesso, uno dei maggiori ostacoli alla diffusione dell'IA nel tessuto produttivo.
È in questa prospettiva che il consigliere nazionale di Unimpresa, Marco Pepe, invita a concentrare l'attenzione sul capitale umano.
“L'intelligenza artificiale non deve essere considerata una minaccia per il lavoro, ma una straordinaria occasione di crescita, a condizione che il Paese investa con decisione nel capitale umano. I dati dimostrano che dove aumentano le competenze crescono anche l'occupazione e i salari.
Il problema, quindi, non è la tecnologia, ma la velocità con cui lavoratori, imprese e sistema formativo riescono ad adattarsi al cambiamento. L'Italia sta recuperando terreno nell'adozione dell'Intelligenza Artificiale da parte delle imprese, ma resta evidente un ritardo culturale e organizzativo”.
Il rischio non è l'Intelligenza artificiale in sé, ma l'ampliarsi del divario tra chi possiede le competenze necessarie e chi ne resta escluso
“L'intelligenza artificiale cambierà inevitabilmente le professioni, ma non determinerà automaticamente una riduzione dell'occupazione.
Il rischio reale è un altro: creare una nuova frattura tra chi possiede le competenze per governare l'innovazione e chi ne resta escluso.
La responsabilità delle istituzioni, delle imprese e del sistema della formazione è fare in modo che questa transizione diventi un'opportunità di crescita diffusa e non un fattore di aumento delle disuguaglianze.
Solo investendo sul capitale umano l'Italia potrà trasformare la rivoluzione dell'Intelligenza artificiale in un vantaggio competitivo stabile per il proprio sistema economico”.
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