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Acqua nel Catanese, la grande fuga dalle responsabilità: SIE smonta le accuse dell’ATI

30-06-2026 06:00

Redazione

Sostenibilità Mobilità del Futuro, Flusso,

Acqua nel Catanese, la grande fuga dalle responsabilità: SIE smonta le accuse dell’ATI

L'ATI prova il colpo di mano ma SIE ribalta il tavolo

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Gestione unica al bivio: contestazioni, fondi sospesi e opere ferme segnano una crisi tecnica che può ricadere sugli utenti e sulle tariffe.

 

Il 30 giugno i sindaci dell’ambito catanese saranno chiamati a decidere se aprire la botola sotto il contratto con Servizi Idrici Etnei.

 

L’ATI Catania porta in assemblea la proposta di scioglimento della convenzione con SIE, contestando gravi inadempienze, mancato rispetto del cronoprogramma, ritardi nei subentri, problemi nella depurazione e il rischio di perdere circa 21 milioni di euro di finanziamenti pubblici.

 

Un’accusa pesante.

Di quelle che, se fondate, chiuderebbero la partita.

 

Ma la replica di SIE ribalta il tavolo e pone una domanda molto semplice.

Si può accusare un gestore di non avere fatto ciò che l’Ente regolatore avrebbe dovuto prima rendere possibile?

 

Il voto del 30 giugno: i sindaci davanti al bivio

La proposta dell’ATI arriva al termine di una vicenda che sembra scritta apposta per spiegare perché in Sicilia anche l’acqua riesca a diventare materia da tribunali, carte bollate e paralisi amministrative.

SIE è la società mista pubblico-privata individuata per la gestione del servizio idrico integrato nel Catanese.

 

Parliamo di acqua, fogne, depuratori, reti, investimenti, manutenzioni e tariffe.

Parliamo, soprattutto, di un sistema che dovrebbe essere industriale e invece continua a muoversi come un pachiderma incatenato alla politica locale.

 

L’ATI sostiene che SIE non abbia rispettato il cronoprogramma.

Contesta il mancato subentro in diverse gestioni ancora affidate a soggetti pubblici, società partecipate o gestioni comunali.

Tra i nomi indicati ci sono ACOSET, SIDRA, SOGIP, AMA e altre realtà ancora operative sul territorio.

 

C’è poi il nodo dell’acquedotto intercomunale Maguli, infrastruttura decisiva per Caltagirone, Grammichele, Licodia Eubea, Mazzarrone e Mineo.

Secondo l’ATI, anche lì SIE non avrebbe avviato quanto necessario per il trasferimento della gestione.

 

Infine, il colpo più duro.

Il rischio di perdere fondi pubblici per quasi 21 milioni di euro, tra risorse PNRR e finanziamenti per la riduzione delle perdite nelle reti idriche.

Letta così, sembrerebbe la fotografia di un gestore immobile.

Ma SIE risponde con una ricostruzione assai meno comoda per l’ATI.

 

La replica di SIE: l’amnesia dell’Ente regolatore

SIE definisce la proposta di risoluzione infondata.

E lo fa partendo dal punto che, più di ogni altro, cambia la prospettiva.

Secondo la società, l’ATI avrebbe dimenticato i propri obblighi.

Non un dettaglio.

L’ATI non è un passante.

È l’Ente regolatore dell’ambito.

È il soggetto che deve approvare gli atti fondamentali della concessione.

E SIE sostiene che proprio questi atti non siano stati approvati.

 

Parliamo di PEF, Programma degli interventi, sviluppo tariffario e aggiornamento degli atti regolatori.

Sono le fondamenta tecniche, economiche e tariffarie del servizio idrico integrato.

Senza quelle fondamenta, il gestore unico resta tale più sulla carta che negli impianti.

 

E qui la difesa di SIE diventa un atto d’accusa.

La società sostiene che il Ministero delle Infrastrutture abbia sospeso i fondi PNRR proprio in attesa dell’approvazione degli atti regolatori da parte dell’ATI.

 

Dunque, la domanda è brutale.

Chi ha davvero messo a rischio i finanziamenti?

Chi doveva eseguire gli interventi o chi doveva prima creare le condizioni regolatorie per consentirli?

 

Il paradosso dei subentri: prima si blocca la porta, poi si accusa chi non entra

Il passaggio più delicato riguarda i subentri.

L’ATI contesta a SIE di non essere entrata nelle gestioni ancora affidate a società come ACOSET, SIDRA, SOGIP e AMA.

SIE però replica ricordando che la stessa convenzione prevede il pagamento dei cosiddetti valori di subentro.

 

In pratica, per acquisire quelle gestioni, il gestore deve conoscere quanto deve pagare.

E chi avrebbe dovuto determinare quei valori?

Secondo SIE, proprio l’ATI.

Entro aprile 2025.

 

La società sostiene che quei valori non siano stati ancora approvati.

Se così stanno le cose, la contestazione assume contorni surreali.

Prima si lascia il gestore senza i valori necessari per subentrare.

Poi lo si accusa di non essere subentrato.

È il classico capolavoro amministrativo siciliano.

Si spegne la luce e si denuncia chi non riesce a leggere.

 

Il ricorso al giudice e il commissario ad acta

SIE rivendica anche di essersi rivolta nuovamente al giudice per chiedere la nomina di un commissario ad acta.

L’obiettivo dichiarato è fare approvare quegli atti che, secondo la società, l’ATI non avrebbe adottato.

Atti regolatori.

Valori di subentro.

Consegna delle gestioni.

Cioè esattamente i passaggi che oggi vengono usati contro SIE nella proposta di risoluzione.

La società richiama inoltre un lungo percorso giudiziario, parlando di 14 sentenze favorevoli passate in giudicato.

 

Il messaggio è chiaro.

SIE non rivendica solo una posizione contrattuale.

Rivendica un diritto consolidato da anni di contenzioso.

E sostiene di essere stata costretta a tornare ancora una volta davanti al giudice perché il sistema politico-amministrativo dell’ambito non avrebbe completato gli atti necessari.

 

Il nodo Maguli: cinque Comuni appesi alla solita macchina lenta

Il caso dell’acquedotto Maguli merita un capitolo a parte.

Da quell’infrastruttura dipendono territori delicati del Calatino.

Caltagirone, Grammichele, Licodia Eubea, Mazzarrone e Mineo non sono puntini su una mappa.

Sono comunità che, in piena crisi idrica, hanno bisogno di opere, manutenzioni, pozzi, telecontrollo e gestione efficiente.

L’ATI inserisce anche Maguli tra i nodi contestati.

SIE, nella sua linea difensiva generale, riporta però tutto al punto originario.

Per assumere gestioni, programmare interventi strutturali e rendere industriale il servizio servono atti approvati, coperture economiche e percorsi amministrativi definiti.

Non slogan.

Non delibere d’urgenza.

Non rimpalli.

La questione Maguli dimostra proprio questo.

Quando un’infrastruttura serve più Comuni, ogni ritardo pesa doppio.

Perché il danno non è solo gestionale.

È territoriale.

E finisce sui cittadini.

 

Depuratori, manutenzioni e opere: la versione di SIE

Altro fronte caldo: la depurazione.

Secondo l’ATI, SIE non avrebbe preso in carico diversi impianti e non avrebbe portato avanti le attività necessarie per adeguamenti, autorizzazioni e gestione.

 

SIE respinge anche questa accusa.

La società sostiene di gestire già nove depuratori.

Per gli altri, richiama un percorso di regolarizzazione che richiede progetti, approvazioni tecnico-amministrative e coperture economiche.

Tradotto dal burocratese.

Non basta dire “prenditi il depuratore”.

Bisogna stabilire come, con quali autorizzazioni, con quali soldi e dentro quale quadro regolatorio.

 

SIE rivendica inoltre numeri concreti.

Oltre 3.720 interventi manutentivi nell’ultimo anno e mezzo sulle infrastrutture consegnate.

Un pozzo già realizzato.

Altri quattro programmati.

Più di 50 sistemi di telecontrollo installati tra serbatoi e pozzi.

Sono dati che non chiudono il contenzioso.

Ma impediscono di raccontare la società come un soggetto rimasto immobile a guardare le carte ingiallire nei cassetti.

 

Il caso ACOSET e la politica che scopre i dissensi interni

C’è poi un passaggio politicamente velenoso.

La proposta ATI valorizza anche le tensioni dentro il sistema societario collegato a SIE e Hydro Catania.

In particolare, viene richiamata la posizione di ACOSET.

 

SIE contesta il metodo.

E pone una domanda che pesa.

È possibile trasformare presunti dissensi tra soci di una società partecipante in causa di scioglimento di una convenzione pubblica?

 

La società parla di una nota di ACOSET arrivata il venerdì e di un consiglio direttivo convocato d’urgenza il lunedì successivo.

La sensazione, a leggere la replica, è che SIE veda nella mossa dell’ATI un’accelerazione politica più che una serena valutazione tecnico-giuridica.

 

Ed è qui che la vicenda diventa esplosiva.

Perché se il problema è davvero l’interesse degli utenti, allora bisogna sciogliere i nodi.

Se invece il problema è cambiare assetto senza risolvere le cause della paralisi, allora siamo davanti all’ennesima commedia istituzionale.

Con l’acqua come scenografia e i cittadini come pagatori finali.

 

Il punto politico: risolvere il contratto o risolvere i problemi?

Il 30 giugno i sindaci non voteranno soltanto una delibera.

Voteranno una direzione.

Da un lato c’è l’ATI, che accusa SIE di gravi inadempienze e vuole arrivare allo scioglimento del contratto.

Dall’altro c’è SIE, che ribalta la contestazione e sostiene che l’inadempienza principale stia nell’inerzia dell’Ente regolatore.

In mezzo ci sono i cittadini.

 

Quelli che pagano bollette, sopportano reti colabrodo, aspettano depuratori funzionanti, temono tariffe più pesanti e pretendono acqua senza doversi iscrivere a un corso avanzato di diritto amministrativo.

Il punto non è difendere SIE per partito preso.

Il punto è evitare che la politica scarichi su SIE responsabilità che, almeno in parte, sembrano nate proprio dentro l’ATI.

Se mancano PEF, Piano degli interventi, sviluppo tariffario e valori di subentro, allora la risoluzione rischia di essere non la soluzione, ma l’ennesimo trucco.

Una grande mossa scenica.

Molto rumore.

Molte carte.

E poi tutto fermo.

 

La vera domanda ai sindaci

Prima di votare, i sindaci dovrebbero rispondere a una domanda semplice.

L’ATI ha fatto tutto ciò che doveva fare per consentire a SIE di diventare davvero gestore unico?

Se la risposta è sì, allora si proceda pure con tutte le conseguenze.

Se la risposta è no, la delibera di scioglimento rischia di essere un boomerang.

Perché non si può pretendere il rispetto di un cronoprogramma mentre restano sospesi gli atti che lo rendono eseguibile.

Non si può accusare qualcuno di non entrare in casa se chi custodisce le chiavi non le consegna.

Non si può invocare il bene degli utenti mentre si alimenta una guerra che rischia di far perdere tempo, fondi e credibilità.

SIE chiude la propria replica dicendo di voler acquisire tutte le gestioni, realizzare gli investimenti e migliorare il servizio.

 

Dice anche di essere disponibile al confronto istituzionale.

Ma avverte che non accetterà soluzioni utili solo a “cambiare tutto per non cambiare niente”.

 

Ecco il punto.

Nel Catanese l’acqua non ha bisogno dell’ennesimo regolamento di conti tra palazzi.

Ha bisogno di responsabilità, atti firmati, opere cantierate e gestioni consegnate.

Il resto è la solita acqua torbida.

Quella che non esce dai rubinetti, ma riempie da anni i corridoi della politica.

Direttore editoriale

Pierluigi Di Rosa

Direttore Responsabile

Elisa Petrillo

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