
Di seguito l'articolo pubblicato nella pagina SudHitech dell'edizione di marzo del free press SudPress che trovate in molte delle edicole di Catania. Nel mese decicato alla donna, vi proponiamo l'intervista a una donna imprenditrice nell'ambito delle STEM.
«Un fiore nel deserto? I fiori ci sono, sono pochi». Nell’ambito delle discipline STEM, acronimo inglese per indicare Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica, la presenza femminile resta minoritaria, soprattutto nei ruoli tecnici e di responsabilità. Nel rapporto tra donne e discipline tecnico-scientifiche, formazione, bias culturali e riconoscimento dell’autorevolezza sono ancora nodi aperti. Camarda lavora tra impianti, laboratorio e linee di produzione e affianca all’attività d’impresa l’impegno nella formazione.
Essere una donna e un’ingegnere elettronico in Italia è come essere un “fiore nel deserto”?
«Non troppo un fiore nel deserto. Sono poche, però ce ne sono. Io vengo da una storia familiare, quindi per me è stato un po' più facile l'approccio all’impresa. Poi mi sono appassionata e di conseguenza ho fatto questi studi. Forse se dovessi partire oggi o comunque se dovessi approcciare un'idea di impresa adesso, anche con le competenze, forse farei un po' più fatica. L’ambiente è particolare, prevalentemente maschile. Si ha difficoltà a farsi rispettare o a fare rispettare la propria professionalità perché tante volte si dà per scontato che ci siano in ambito maschile e non femminile».
Dove ha riscontrato maggiori difficoltà?
«Quando affiancavo mio padre, la tendenza era rivolgersi a lui. A un certo punto mi disse: adesso vai da sola, altrimenti nessuno ti riconoscerà nel tuo ruolo. È stato un passaggio necessario. Parlando di cose tecniche, è più facile che ci si orienti sull'uomo. Succede anche a casa. Se viene il tecnico se c'è mio marito si rivolge a lui. È una cosa culturale».
È una questione di competenza o di ruolo di comando?
«Una donna che dà direttive in un settore tecnico e specialistico deve prima superare uno scetticismo iniziale. Ho dovuto faticare per far capire che se do una direttiva lo faccio con piena consapevolezza. Con il tempo il muro si abbatte, ma non è immediato».
Quando nasce la sua passione per le materie STEM?
«Tutto nasce dalla mia passione per la matematica. Ho scelto l’istituto tecnico perché volevo fare l’ingegnere e mi sono appassionata tantissimo alle materie tecniche, quindi all'elettronica, all'informatica, alla meccanica perché si lavorava in modo pratico. Mettere le mani sulle cose è stato determinante. All’epoca le ragazze erano pochissime».
Oggi lei lavora con gli studenti degli ITS. Tanti giovani ma ancora poche donne.
«I giovani sono delle risorse importanti. Ovviamente devono essere valorizzati e stimolati in modo corretto. Le ragazze sono ancora poche eppure gli ITS offrono opportunità concrete: una quota molto alta di studenti trova lavoro nelle aziende dove ha svolto lo stage, perché le imprese partecipano alla costruzione dei percorsi».
Perché le ragazze scelgono meno percorsi tecnici?
«Incidono i bias sociali e familiari. C’è la preoccupazione che certi studi siano meno adatti a una ragazza o che nel mondo del lavoro ci sia meno spazio. In parte il mondo industriale è ancora molto maschile, quindi il timore esiste. Non è una verità assoluta, ma è una percezione radicata».
Anche chi proviene da studi umanistici può avvicinarsi alle discipline tecnico-scientifiche?
«Sì. Abbiamo organizzato incontri coinvolgendo anche studenti di percorsi umanistici. Analizzare un testo o affrontare un problema ingegneristico richiede lo stesso processo: scomporre e ricomporre. I meccanismi analitici sono gli stessi. Non c’è un limite oggettivo nel percorso di partenza».
Quanto conta offrire modelli femminili nel territorio?
«È importante che le ragazze vedano donne che lavorano nella tecnica e nell’impresa. Non per celebrare, ma per rendere concreto un percorso possibile. Si può essere un buon tecnico anche essendo donna. Io lotto tutti i giorni».











