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Nuove apparecchiature, interoperabilità dei dati, telemedicina, infrastrutture informatiche, Fascicolo sanitario elettronico realmente operativo: un Servizio sanitario nazionale più moderno e accessibile.
Era stata annunciata una vera e propria rivoluzione digitale nella sanità italiana grazie ai fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). Quanto previsto nella Missione 6 – Salute però, rischia di restare sulla carta.
La scadenza del Piano si avvicina, (giugno 2026) ma i numeri di spesa reale sono decisamente inferiori alle attese, con forti disparità tra regioni.
Autonomia regionale vanifica l'obiettivo di una sanità digitale integrata
È il quadro che emerge dallo studio del servizio Stato sociale, Politiche fiscali e Previdenziali, Mezzogiorno, Immigrazione della Uil, diretto dal segretario confederale Santo Biondo. In collaborazione con la UilFpl e la segretaria generale di categoria, Rita Longobardi, ha analizzato i dati di Open Pnrr aggiornati al terzo trimestre del 2025.
“Finora – hanno commentato Biondo e Longobardi - l’autonomia regionale, senza un reale coordinamento nazionale e standard condivisi, ha prodotto soluzioni e piattaforme tecnologiche locali che, pur rispettando i target amministrativi, sono isolate e incapaci di dialogare tra loro, vanificando l’obiettivo di una sanità digitale integrata.
Se correttamente orientata - hanno aggiunto - la digitalizzazione può spostare il baricentro dell’assistenza dall’ospedale al territorio, decongestionando i pronto soccorso e i reparti ospedalieri, e riducendo il ricorso improprio alle prestazioni acute. Allo stesso tempo, si potrebbe alleggerire il carico di lavoro del personale sanitario e potenziare gli interventi nell’area della disabilità e della non autosufficienza”.
Cosa dicono i numeri
Andiamo allo studio e guardiamo i dati. A disposizione c’erano circa 15,63 miliardi di euro. Di questi, oltre 8,6 miliardi per l’innovazione, la digitalizzazione e il rafforzamento della gestione dei dati sanitari.
Il settore dove si è riusciti a certificare la spesa più alta è quello dell’ammodernamento del parco tecnologico e digitale ospedaliero. Su un totale di 3.1 miliardi di euro a disposizione per finanziare 1487 progetti, sono stati spesi 1.2 miliardi, ossia il 39% delle risorse.
La Sicilia ne ha speso il 23% dei 326.5 milioni di euro a disposizione per 99 progetti per noi strumenti tecnologici e digitali. “Gravi ritardi e inefficienze”, come sottolineano dalla UIL che non solo solo siciliane. Le regioni migliori, l’Emilia-Romagna e la Toscana, hanno raggiunto il 61%, il Veneto il 55% e il Piemonte quasi il 50%.
La performance siciliana peggiore, secondo i dati analizzati, è per la misura “Telemedicina per un migliore supporto ai pazienti cronici”.
L’Isola ha l’approvazione per 3 progetti per un ammontare di 60.3 milioni di euro. La spesa certifica è 0%.
Nel resto d’Italia le cose non vanno meglio. Sono tante le Regioni che hanno la spesa a zero e la media nazionale di spesa certifica è solo dell’11%.
Su un totale di 974,3 milioni di euro, per 65 progetti approvati, la spesa effettiva si attesta a poco più di 107 milioni di euro.
Ritardi importanti per tutto lo Stivale anche per il settore “Rafforzamento dell’infrastruttura tecnologica per la raccolta, l’elaborazione e l’analisi dei dati sanitari”.
Su una dotazione totale di 1,1 miliardi di euro, con 174 progetti, la spesa effettiva è del 31%, pari a 341 milioni di euro.
La Sicilia ha speso il 9% dei 59.7 milioni di euro a disposizione per 19 progetti. Le percentuali di spesa più elevate sono in Basilicata (29%), Trentino e la Sardegna (22%). Le peggiori, ovvero zero assoluto, sono di Lazio e Friuli-Venezia Giulia.
Ok la burocrazia, poca concretezza
Secondo l’analisi di Uil Dal punto di vista normativo e progettuale, “molti passaggi risultano formalmente completati” per lo sviluppo del Fascicolo sanitario elettronico (FSE) e la realizzazione dell’Ecosistema dei Dati Sanitari nazionale fatto di interoperabilità, standardizzazione e sicurezza.
La strada però, è tutt’altra che spianata. Secondo Uil sono esemplari i dati sull’utilizzo del FSE: dei 23.800.563 cittadini italiani che hanno almeno un documento nel FSE, solo il 27 per cento ha effettuato un accesso recente.
Anche in questo caso le differenze regionali sono marcate. Veneto ed Emilia-Romagna superano il 60 per cento di utilizzo, mentre molte regioni del Centro e del Mezzogiorno si fermano al di sotto del 10 per cento. I cittadini siciliani che hanno almeno un documento nel FSE sono 786.616 e solo il 3% lo ha consultato si recente.
Se guardiamo infine i dati relativi alla misura “Casa come primo luogo di cura e telemedicina”, la spesa media italiana è del 33% dei 6 miliardi di euro a disposizione. La Sicilia ha raggiunto quota 23% dei 447.6 milioni di euro per 60 progetti.










